I caratteri tipografici: la produzione

È a Gutenberg che dobbiamo l’uso dei caratteri mobili nella produzione del libro.

Fin dai primi tentativi di Gutenberg il carattere tipografico ha avuto la forma di un piccolo parallelepipedo di lega metallica. Sul lato minore compariva la forma del carattere da imprimere in rilievo e rovesciata. Il parallelepipedo aveva tre dimensioni (altezza tipografica, corpo e larghezza) di cui solo la larghezza era variabile e dipendeva dal disegno del carattere stesso.carattere tipografico

L’incisore cominciava realizzando il disegno dei caratteri, che veniva poi inciso a rovescio su un punzone d’acciaio lungo circa 45 mm. Il punzone veniva battuto sulle matrici, piccoli blocchi di rame, lasciandovi impressa la forma del carattere. Le matrici venivano successivamente giustificate perché la profondità dell’impressione del punzone fosse uniforme.

La forma era lo stampo usato per produrre i caratteri: essa era composta di due elementi metallici a forma di L rivestiti di legno per isolarli, si univano per formare un contenitore e si regolavano con un registro. La matrice veniva poi sistemata con la concavità verso l’alto alla base della cavità formata dai due elementi: nell’incavo poi si versava la lega metallica fusa.

Nello stampare libri, la tecnica di Gutenberg consisteva nell’allineamento dei tipi prodotti dalla tecnica di fusione che venivano appositamente assemblati in linee unite fino a formare le pagine complete. Ogni matrice di una pagina veniva poi inchiostrata e in seguito stampata con un torchio. I tipi venivano inizialmente tenuti insieme da fasce; da qui deriva il nome dei primi libri, gli incunaboli, dal latino in cuna, cioè in culla, in fasce.

La lega di fusione era formata da piombo, lo stagno e l’antimonio: al giorno d’oggi le percentuali di cui sono formati i caratteri tipografici sono divise in questo modo: 60% di piombo, 25% di antimonio e 15% di stagno.

I caratteri prodotti venivano conservati in una cassa tipografica e poi scelti per comporre le pagine: le prime casse tipografiche erano uniche e contenevano i caratteri tiporafici in ordine alfabetico; successivamente, nel 1600, si trovavano invece la cassa alta e la cassa bassa: la prima aveva 98 box di uguali dimensioni e nella parte sinistra conteneva le lettere maiuscole in ordine alfabetico eccetto J e U, che venivano inserite dopo la Z, i segni commerciali, le graffe e i dittonghi; nella parte destra erano conservate le maiuscole più piccole o le corsive, le lettere accentate, i segni di rinvio, le parentesi tonde e quadre.

Nella cassa bassa vi erano 54 box contenenti le lettere minuscole: queste erano disposte in modo tale che quelle usate più frequentemente fossero più facilmente accessibili al compositore e avessero box più ampi. La disposizione delle lettere variava da nazione a nazione per la differenza di utilizzo delle lettere più frequenti; ai primordi della stampa il punzonista era una figura presente all’interno della tipografia, ma nel tempo tale professione si è trasformata in quella dell’incisore specializzato in caratteri tipografici. Molti di questi artigiani erano inizialmente orefici.

Fino all’inizio del Cinquecento le tipografie erano il centro di produzione di punzoni e matrici e fornivano alle tipografie minori i punzoni o le matrici già giustificate. La produzione dei caratteri veniva da loro affidata a fonderie specializzate che utilizzavano le stesse matrici di proprietà delle tipografie stesse, finché dalla seconda metà del Cinquecento la fusione dei caratteri era stata definitivamente trasferita al di fuori delle tipografie che poi acquistavano il prodotto finito.

Col passare degli anni è la crescente richiesta di lavorazioni tipografiche, la produzione dei caratteri si era evoluta verso la standardizzazione e l’industrializzazione, avviandosi perciò ad una più larga scelta di produzione: dalla stampa di manifesti, cataloghi e locandine. Il corpo, ovvero la dimensione del carattere, era stata definita in punti tipografici tenendo conto sia delle parti ascendenti sia delle parti discendenti ed era stata stabilita da Didot nel 1770. Non c’era legame con il sistema metrico decimale, infatti il punto tipografico equivaleva a 0,3759 mm; il suo multiplo era la riga (12 punti), che veniva usata per misurare la larghezza (detta giustezza) di una colonna composta di testo.stampa di manifesti

Una volta stabilito uno standard delle misure la produzione dei caratteri era stata industrializzata a partire dalla macchina per la produzione di punzoni creata nel 1885 da Linn Boyd Benton. Nel 1890 la composizione meccanizzata fondeva i caratteri direttamente in linee della corretta dimensione e lunghezza in base alle necessità: si tratta della cosiddetta tecnologia a metallo caldo che fino agli anni settanta è stata ampiamente utilizzata. In seguito è stata la fotocomposizione a prendere piede, con la produzione di tipi di carattere distribuiti in rotoli o dischi di pellicola. Essa permetteva la scalatura ottica e una spaziatura precisa fra i caratteri.

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  • […] Da Gutenberg che introdusse l'uso dei caratteri tipografici nella produzione dei libri, fino alle moderne tecniche di fotocomposizione per stampare manifesti.  […]